Baby Gang o disagio adolescenziale? Oltre la cronaca di Como
L'ultimo fatto di cronaca emerso a Como a metà gennaio 2026 riaccende i riflettori sulla violenza giovanile.
Quattro minorenni (nati tra il 2009 e il 2010) sono stati collocati in comunità per rapina e lesioni ai danni di un coetaneo. Ma siamo davvero di fronte a "gang" organizzate o a una profonda crisi relazionale?
Il fatto: la violenza come "codice"
La vicenda di Como, maturata già nel maggio 2025 e conclusasi con le misure cautelari di questi giorni, descrive una dinamica preoccupante: stalking, minacce e violenza fisica ripetuta. Il Giudice per le indagini preliminari ha parlato di un uso "disinvolto" della forza, segno di una scarsa percezione del limite e dell'altro.
I dati tra realtà e percezione
Sebbene i media parlino spesso di "invasione" di baby gang, i dati richiedono una lettura più attenta:
Aumentano le denunce: dal 2019 al 2024 le denunce a carico di minori sono cresciute del 30%, focalizzandosi su rapine e lesioni.
La percezione pubblica riferisce che il 52,5% degli italiani percepisce un aumento di queste bande (Eurispes 2025), ma spesso la realtà è diversa dalla narrazione mediatica.
Gruppi e non bande: gli esperti (Transcrime, 2022) sottolineano che in Italia non assistiamo a una proliferazione di gang strutturate (con gerarchie, territorialità e ritualità), ma a piccoli gruppi devianti informali.
La fragilità dietro la maschera della forza
La pedagogia sente la necessità di guardare oltre l'atto violento. Da diverse ricerche emerge che quasi il 50% degli adolescenti italiani oggi riporta un basso benessere psicologico. L'isolamento, l'abuso di farmaci senza ricetta, alcune forme di disagio psichico (anch'esse in aumento) e il cyberbullismo (+16% dal 2018) creano un terreno fertile per dinamiche di gruppo tossiche.
La violenza diventa così una scorciatoia per:
cercare identità, poiché il gruppo dà un senso di appartenenza, soprattutto in un età in cui non bastano la famiglia o la scuola;
gestire un dilagante analfabetismo emotivo ovvero l'incapacità di dare un nome alle proprie emozioni (e a quelle altrui). Tale condizione è in grado di trasformare ogni emozione in rabbia/frustrazione e, di conseguenza, in azioni aggressive;
emulazione mediatica: i social spesso trasformano la devianza in un contenuto da "spettacolarizzare". Al contempo canzoni o videogame possono aumentare il rischio di emulazione.
Dal controllo alla prevenzione
Definire ogni gruppo di ragazzi "devianti" come una baby gang rischia di essere fuorviante e controproducente. Se da un lato la giustizia deve fare il suo corso (come nel caso dei ragazzi di Como, ora in percorsi rieducativi) dall'altro la società deve investire in prevenzione socio-educativa.
Non basta punire; bisogna ricostruire il tessuto relazionale e insegnare ai nostri giovani che l'empatia è una forza, non una debolezza, che la frustrazione può essere gestita e non per forza esplosa contro qualcuno o contro se stessi.
Avanti, come sempre.
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